Le sette e diciassette

Tutti i giorni sono lì, a guardare i treni che passano. Lui, il suo bambino, la loro bicicletta. È difficile essere un padre single. È difficile combattere ogni giorno col desiderio di vederla scendere da quel treno, ancora una volta. Col suo bambino di 90 cm scarsi, che ogni giorno chiede di vedere il treno ciu ciuf. Perché di treni è pieno l’universo dei cartoni. Bob, Ben, Thomas. E l’emozione di vederne uno vero! Che alle sette e diciassette rallenta la sua corsa per far scendere i pendolari.

Ogni giorno, Lui, accompagna il suo bambino a vedere il treno dei cartoni. E ogni giorno è lì, a immaginare come sarebbe vederla comparire dalle porte, un po’ impacciata. Con una borsa più pesante di una zavorra da un lato, la schiscetta dall’altro e le mani occupate in una delle sue chat, andargli incontro con un sorriso. Perché lei da qual treno, un giorno, non è scesa più. Ma loro continuano a essere sempre lì, puntuali, alle sette e diciassette.

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Memorie di un piedino

Me la ricordo quella mattina lì, sono passati due anni ormai. Avevamo fatto i bagagli e via, partiti. Con le valigie cariche di rabbia e di speranza.

Ero seduta su una panchina e assaporavo quelle agognate ore di libertà del pisolino che di lì a poco mi sarebbero mancate, non sapevo quanto. Sarei rientrata a lavoro. Non erano questi i piani. Non dovevo essere lì. Non era il posto che avevo scelto per crescere mia figlia. Non c’erano le persone con cui avrei voluto condividere le mie giornate. Non era andata come volevo.

Dura da mandare giù, accettare un fallimento dopo aver pianificato tutto, per anni, nei minimi dettagli. Dopo aver investito tutto quello che era nelle nostre tasche. Decidere di tornare sui propri passi. Ingoiare il rospo per il quieto vivere e andarsene con una bugia. Che la verità, a volte, non è sopportabile.

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Non aprite quella porta

C’è che un giorno, per caso o per volere, diventi mamma. Nessuno ve l’ha detto che colui che hai messo al mondo per buoni mesi, ma diciamo anche anni, o forse una vita intera, dipenderà da te. O anche se vi è stato detto, non è che l’abbiate poi così presente.

Pensate a un neonato. Che altro non può che piangere per esprimere un suo bisogno. E pensate a tutte le volte che non viene capito al volo, per cui è costretto a piangere più forte. Ogni volta che ha fame, che ha sete, che ha sonno, che vuol cambiare posizione, che ha caldo, che ha freddo, o che vuole solo la mamma.

Poi pensate a un bambino. Che ha imparato a esprimere i propri bisogni. Mamma alsa! Mamma gnam! Mamma braccio! Mamma, mamma, mamma.

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Il silenzio delle mamme

Il silenzio delle mamme è quello di fine giornata. Quando si spengono luci, le coperte si rimboccano, i giochi tornano al loro posto e l’unico dolce suono è il respiro profondo di un bambino. O il russare – meno dolce – del papà. Ogni riferimento a fatti o persone è puramente causale.

Il silenzio delle mamme è quello del respiro trattenuto. Che inizia lì dove un passo in più, e finisce la pazienza. Che può durare un’eternità. Ma se solo con la conta si arriva a dieci. Altrimenti sono amari, assai.

Il silenzio delle mamme è il traguardo da difendere del sonno del neonato. Che si va via di schiena a cullarlo tra le braccia. E di voce a intonare ninna nanne. E pure di tetta, triste e ormai vuota. Che guai a tirare lo sciacquone o suonare al campanello. Che a volte si è fatto prima a staccarlo del tutto.

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Pillole di buonanotte #15

Mamma mamma Boh!”

“Che c’è Amore?”

“Mamma mamma Boh!”

“Mmmh”

“Mamma Boh! Boh!”

Disse la bambina indicando una lucertola. Quanto di più prossimo al coccodrillo avesse mai incontrato nel vialetto di casa.

“Oh Amore, hai ragione! È un bellissimo esemplare di Boh!”

Proprio no, non se la sentì di spiegare l’equivoco. Perché quelle prime due parole dette di fila furono una conquista grandissima. Poco importa se trattavasi di lucertola, coccodrillo o Boh?!

 

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