Le sette e diciassette

Tutti i giorni sono lì, a guardare i treni che passano. Lui, il suo bambino, la loro bicicletta. È difficile essere un padre single. È difficile combattere ogni giorno col desiderio di vederla scendere da quel treno, ancora una volta. Col suo bambino di 90 cm scarsi, che ogni giorno chiede di vedere il treno ciu ciuf. Perché di treni è pieno l’universo dei cartoni. Bob, Ben, Thomas. E l’emozione di vederne uno vero! Che alle sette e diciassette rallenta la sua corsa per far scendere i pendolari.

Ogni giorno, Lui, accompagna il suo bambino a vedere il treno dei cartoni. E ogni giorno è lì, a immaginare come sarebbe vederla comparire dalle porte, un po’ impacciata. Con una borsa più pesante di una zavorra da un lato, la schiscetta dall’altro e le mani occupate in una delle sue chat, andargli incontro con un sorriso. Perché lei da qual treno, un giorno, non è scesa più. Ma loro continuano a essere sempre lì, puntuali, alle sette e diciassette.

Non è come si potrebbe pensare. C. è stato lasciato con un biglietto, due parole secche, e null’altro. Un armadio vuoto della metà dei vestiti e un bambino di ventitré mesi che sogna un giorno di poter guidare un treno.

Questa o simili, erano le mie fantasie sulla foto scattata una sera come le altre a C. in sella alla sua bici, insieme ad A. ventitré mesi, che sogna di guidare un giorno un treno. Fino a ieri.

Che sui binari li ho trovati in tre, C. A. ed F. e quando F. si è voltata sorridente facendo muovere in maniera scomposta la sua testa riccia con un Ciao! ma tu torni sempre a quest’ora?, mi ha scaldato il cuore.

Ho conosciuto F. e la sua bella famiglia giusto qualche sera fa. Una di quelle in cui fa troppo caldo per restare in casa, e troppo caldo per passeggiare in strada. Entrambe impegnate a inseguirli, loro due, alti sotto un metro, veloci come saette.
F. mi ha raccontato di quanto le manchi il lavoro, che ha lasciato – non per sua volontà – non appena diventata mamma. L’ennesima sconfitta dell’emancipazione. Mi ha chiesto come fosse, come avessi vissuto e come vivo ogni giorno il distacco. Mi ha raccontato del suo A. così taciturno e imbronciato, e del desiderio di farlo socializzare e sorridere di più. I bambini crescono, i bambini cambiano, i bambini hanno anche il loro carattere, le ho detto. Ci siamo scambiate la promessa furtiva di rivederci ancora, mentre le mie gambe già rincorrevano la figliola al grido di “cacca pipì”.

Non è sempre facile incontrare mamme la cui preoccupazione sia diversa dal fare la gara a chi ce l’ha più lungo. Sì, avete letto bene. Tu dove la mandi alla materna? Ah no, io lì giammai. Noi abbiamo scelto X che è la migliore. Come la porti ancora tu a fare la pipì? La mia dopo due giorni diceva pipì, andava sola al water, si tirava giù i vestiti, si rivestiv e magari dopo tirava lo sciacquone si lavava le mani e faceva pure la riverenza.

Con F. è stato diverso, ci siamo piaciute.

Le ho risposto che sì, torno a quell’orario o giù di lì e domandato chi stessero aspettando. Nessuno. Questo è il nostro rito: ogni giorno veniamo a guardare i treni perché ad A. piacciono tanto, e ogni passaggio è una festa.

Sono tornata a casa felice. Di essermi sbagliata, io e le mie fantasie, o forse le mie paure. Io e il mio slinding doors.

*questo post doveva partecipare agli #esercizidiaedi2 del progetto di scrittura creativa #aedidigitali. Poi è successo che mi sono persa.

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