Come nasce una favola

C’era volta un omino rosso. Un omino rosso piccino, con la lingua rosa e gli occhi blu.
C’era una nuvola azzurra. Una nuvola azzurra dispettosa, che con le sue rodontità voleva coprire il sole a tutti i costi. E spingi oggi spingi domani, spingi di qua e spingi di la, non fosse per i lunghi raggi che continuavano a sfuggirle, ci era quasi riuscita.
C’erano tante piccole gocce che poco alla volta scesero giù, un po’ a destra un po’ a manca, da quella nuvola dispettosa diventata sempre più blu.
E infine c’era un ombrello, rosso e grosso, che riparò l’omino dalle tante piccole gocce finché il sole, grande e giallo, non torno a risplendere su.

Se c’è una cosa che mi affascina dei bambini, è il loro modo di giocare. Non troverete fondamenti pedagogici in questo post, che non ne ho, ma solo riflessioni nate dalla curiosità e necessità di intrattenere una bambina vivace, a volte anche troppo.
Che come tanti bambini, fino a una certa età non ha manifestato grande interesse verso i giochi per un tempo superiore ai 5 minuti. O meglio, il gioco dei giochi era rovesciare il cesto dei balocchi e cospargerne il pavimento per la felicità dei nostri piedi.

(Il primo Lego calpestato non si scorda mai).

Poi, un giorno, il miracolo.

No dai, gridare al miracolo non è credibile, raccontare invece quanto velocemente si siano sviluppate le sue capacità cognitive sì. In maniera direttamente proporzionale alle sue gambette, sempre più lunghe e secche.

Siamo passati da Mammaaaaa boom (e giù a rotolarsi dalla spalliera del divano al pavimento, debitamente imbottito) a Babie, Capelli, Phon, Bimbo, Mini pony, ecc ecc.

Fino a quando, l’ultima volta che mi ha chiesto di giocare con Doh! ha modellato un omino nei dettagli, con gli occhi blu e la lingua rosa. Poi ha voluto il mio aiuto per un sole giallo e per la nuvola, posizionata immediatamente sopra il sole. Per la pioggia, che è arrivata di conseguenza. E per l’ombrello, a proteggere l’omino, sino a che la nuvola si è fatta da parte ed è tornato a risplendere il sole. Il suo gioco, da prettamente motorio, è diventato narrativo sotto i miei occhi stupefatti: mi ha raccontato la sua prima storia.

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