Una casa più sana

Le mie disavventure in fatto di casa non sono ormai una novità e che Bridget Jones mi faccia un baffo è un dato di fatto. Vi ricordate no? quella volta in cui, con una neonata tra le braccia e alle prese con i primi raffreddori, avevo ceduto al consiglio di una coppia di amici acquistando un umidificatore a caldo, e fu subito Tropici. Quella volta ad esempio ho imparato dell’esistenza dell’igrometro, che non è una parolaccia, ma un misuratore della percentuale di umidità presente negli ambienti.
O di quando, appena trasferitami a 600 km di distanza, e a ridosso del mio rientro a lavoro, mi sono ritrovata la casa piena di muffa. E peggio ancora… con le scarpe piene di muffa!
Che a debellarla non c’è stato verso, se non la drastica soluzione di cambiare, per l’ennesima volta, casa.

Capite che per queste, e altre disavventure – vogliamo parlare delle notti insonni in cui la figliola si è svegliata perché aveva troppo caldo, o troppo freddo, o le si era tappato il nasino o mille altre congetture – abbiamo iniziato ad avere una particolare attenzione alla qualità dell’ambiente domestico. E non parlo solo di temperatura o di umidità, ma di una serie di piccole accortezze che ci aiutano a vivere meglio.

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Personalizzare la cameretta

Fino a qualche tempo fa, abbiamo dormito strette strette, io e lei, lei e io. Il papà una variabile, necessaria ma non indispensabile.

Non avevamo deciso esattamente quando e come avremmo gestito il passaggio dal lettone al lettino, e in effetti è successo che un bel giorno ce l’abbiamo messa, e lei c’è stata.

Ci siamo però preoccupati di creare un ambiente che fosse per lei il più piacevole possibile e le facesse venire voglia di andarci a dormire. Scorrendo Instagram avevo trovato miriadi di soluzioni, dai toni tenui e dal sapore nordico. Con il lettino montessoriano e le lampade di cotone. Le ghirlande di carta e i tappeti candidi e soffici come nuvole.

Ok, tutto molto bello. Ma voi, onestamente, la mia figliola così diversamente calma e tranquilla, ce la vedreste?!

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Perché guardare Tredici in tredici punti

1. Perché il bullismo esiste. A tutte le età.

2. Perché un giorno potrebbe capitare ai tuoi figli e tu potresti essere così sopraffatto dalle incombenze quotidiane da non accorgertene.

3. Perché è una lezione di responsabilità. Ogni azione porta a delle conseguenze.

4. Perché ha una colonna sonora strepitosa. A iniziare dai Joy Division in apertura con Love is tell us apart.

5. Perché è uno spaccato realistico – per quanto duro – di ciò che succede durante l’adolescenza.

6. Perché mette in luce quel confine – a volte labile, a volte troppo comodo – tra ciò che può essere considerato “normale” e ciò che non deve essere giustificato come tale.

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Shoes are girl’s best friend

No, non è un errore. Lo so che Marilyn la pensava diversamente. Non che i diamanti mi facciano orrore, sia chiaro. Ovvio che son sempre i benvenuti. Ma le scarpe… suvvia, che cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le scarpe? (Cit. La follia delle donne, Elio e le Storie Tese).

Sfido chi di voi non sia d’accordo a sostenere che, nelle scarpe, c’è qualcosa di profondamente affascinante a cui le donne non sanno resistere. E quando parlo di donne mi riferisco a tutte le età, proprio così.

Quante volte ad esempio trovate le vostre figlie trascinarsi da una stanza all’altra con scarpe di 10, ehm facciamo anche 15 nel mio caso, numeri più grandi del loro? La mia di figliola, ad esempio, ha di recente scoperto la scarpiera, e le si è aperto un mondo: ogni volta che con la manina tira giù l’anta del desiderio, le brillano gli occhi. Sceglie le scarpe per sé, sceglie le scarpe per me, sceglie un paio delle mie, le indossa e fa un giro soddisfatta in casa. Petto in dentro pancia in fuori, per pavoneggiarsi. Con una postura più simile a quella di Paperino che a quella di una modella, ma tant’è.

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Storie di ordinaria complessità

Nowaytobeme è l’autobiografia irriverente di Sara, che dietro le mentite spoglie della working mum della panetteria di provincia a conduzione familiare, cela – ma neanche tanto velatamente – una vita complessa e sfaccettata, almeno quanto la sua personalità.

Un noto spot di una carta di credito vedeva la moglie di un uomo in carriera rispondere alla domanda “e lei di cosa si occupa?” traducendo il suo status di mamma in “Dirigo una piccola azienda familiare”. Ecco io Sara me la immagino proprio così, a capo della complicata gestione degli incastri di famiglia e delle esigenze personali, tra doveri e piaceri, lavoro figli parenti un blog la musica svariate passioni e molto altro ancora.

Senza troppi peli sulla lingua – di sicuro meno che sul corpo! direbbe lei – racconta di sogni e speranze di una ragazza dall’animo decisamente rock, presto diventata madre.

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