Il tetris della nanna

Chi mi segue da tempo ormai dovrebbe aver chiaro che, prima della nascita dell’Inquilina, non solo non avevo la benché minima esperienza di neonati, ma non mi ero neanche documentata a dovere. O meglio, il corso preparto sì, lo avevo seguito e anche con una certa diligenza, che ammetto d’averci un filo la sindrome della prima della classe.

Mi erano erano stati omaggiati i due libri più in voga all’epoca, Il linguaggio segreto dei neonati dell’ormai cara Tracy e What you expect when you’re expecting, meno simile all’omonimo film (di cui consiglio la visione alle mamme in attesa, delizioso!) e più prossimo a un manuale della gravidanza, mese per mese. Ma ecco, non è che mi avessero preparato poi così bene al ciclone Inquilina.

Per fortuna era già tramontata la moda di Fate la nanna. Che Estivill non me ne voglia, ma i suoi metodi poco si sposano con la mamma che ignoravo sarei diventata.

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Regali di carta

Quando si diventa mamme è tutto un gioco di prime volte.
Il primo sguardo. Il primo dentino. Il primo raffreddore. La prima parola. I primi passi. E potrei andare avanti ore e ore per fino alla prima comunione 😀

Abbiamo smartphone che contengono oltre mille foto (il mio 1.237 per essere precisi). Per ogni nuovo scatto bisogna cancellarne uno vecchio. Ma siamo sicuri di riuscire a ricordare tutto ciò che c’è intorno a quelle immagini, se un giorno volessimo raccontarle ai nostri figli?

Nonostante sia una mamma decisamente 2.0, resto dell’idea che la carta conservi sempre intatto il suo valore. Adoro collezionare notes e diari d’ogni materiale, formato e rilegatura. Mi piace il profumo della carta, l’idea di fermare il tempo con l’inchiostro.

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Memorie di un piedino

Me la ricordo quella mattina lì, sono passati due anni ormai. Avevamo fatto i bagagli e via, partiti. Con le valigie cariche di rabbia e di speranza.

Ero seduta su una panchina e assaporavo quelle agognate ore di libertà del pisolino che di lì a poco mi sarebbero mancate, non sapevo quanto. Sarei rientrata a lavoro. Non erano questi i piani. Non dovevo essere lì. Non era il posto che avevo scelto per crescere mia figlia. Non c’erano le persone con cui avrei voluto condividere le mie giornate. Non era andata come volevo.

Dura da mandare giù, accettare un fallimento dopo aver pianificato tutto, per anni, nei minimi dettagli. Dopo aver investito tutto quello che era nelle nostre tasche. Decidere di tornare sui propri passi. Ingoiare il rospo per il quieto vivere e andarsene con una bugia. Che la verità, a volte, non è sopportabile.

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Non aprite quella porta

C’è che un giorno, per caso o per volere, diventi mamma. Nessuno ve l’ha detto che colui che hai messo al mondo per buoni mesi, ma diciamo anche anni, o forse una vita intera, dipenderà da te. O anche se vi è stato detto, non è che l’abbiate poi così presente.

Pensate a un neonato. Che altro non può che piangere per esprimere un suo bisogno. E pensate a tutte le volte che non viene capito al volo, per cui è costretto a piangere più forte. Ogni volta che ha fame, che ha sete, che ha sonno, che vuol cambiare posizione, che ha caldo, che ha freddo, o che vuole solo la mamma.

Poi pensate a un bambino. Che ha imparato a esprimere i propri bisogni. Mamma alsa! Mamma gnam! Mamma braccio! Mamma, mamma, mamma.

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Chi rompe paga?

Avete presente quella certezza riguardo  l’oggetto a cui tenete, quella che vi dice che quando finirà nelle mani dei vostri bambini non sopravviverà a lungo?

Quando ho acquistato questo piccolo uovo in ceramica sapevo esattamente come sarebbe andato a finire. In frantumi. Eppure non ho resistito. Così piccolo lucido e verde. Menta, come piace a me.

L’ho lasciata da sola qualche secondo. Lei e quel piccolo uovo in ceramica verde. Menta, come piace a me. Un secondo di troppo, fatale. Ho sentito distintamente il rumore dei cocci per terra. La sua vocina esclamare Oh no! Tuto! Uovo totto! L’ho immaginata con le manine coprirsi la bocca, come è solita fare quando combina un pasticcio.

Non ho avuto molti dubbi su come avrei reagito. Anzi, non ne ho avuti affatto. Perché arrabbiarmi con lei quando sapevo fin dall’inizio che sarebbe stata questione di tempo? Ma soprattutto perché arrabbiarmi con lei, che era sinceramente dispiaciuta?

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