Cose che ti auguro (e che mi auguro) per il tuo compleanno

✔️Di sorridere sempre a grandi e piccini. E di essere aperta all’altro e alla vita, senza distinzioni di genere. Come ora, che vai incontro a chiunque con fare entusiasta, sventoli la mano e dici Ciao! (Salvo poi restare impalata ad attendere una risposta… sul resto della conversazione ci stiamo lavorando).

✔️Di essere aperta ai cambiamenti. Tu, che in tre anni hai fatto più traslochi e cambiato più residenze, che tua nonna in tutta la sua vita. Sei nata al Sud e ora vivi 600 km più al nord, hai cambiato amici, educatrici, case, parenti, abitudini, cose. E sei sempre stata serena. Perché ti ho dato in eredità la sfortuna, o la fortuna – dipende dai punti di vista – di avere radici in posti diversi.

✔️Di avere al tuo fianco una spalla su cui piangere. Perché anche se sei una dura, di quelle che casca si rialza e continua a giocare, vorrei poter sapere che ogni volta che piangerai, anche quando non potrò esserci io a consolarti abbracciandoti, cullandoti e cantando una canzone, ci sarà qualcuno a farlo al posto mio.

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Dodici motivi per cui ogni mamma è una Wonder Woman

✔️Forza e resistenza sovrumana. Alla stanchezza imperante, alla totale assenza di tempi di recupero, alla carenza costante di sonno. Nulla può abbattere una mamma (o almeno se qualcosa – o sarebbe più corretto dire qualcuno… – la abbatte, cerca di non darlo così tanto a vedere. Occhiali da sole is the New black).

✔️Velocità sovrumana. Avete presente quando i bambini in un attimo, in un solo attimo, molto probabilmente quell’unico e solo delle 24 ore in cui li hai persi di vista, sono capaci di: dileguarsi nella folla, mettersi in bocca un bottone, dare sfogo alla loro creatività sulle pareti di casa e via dicendo. Ebbene, la mamma impara ad essere più veloce di quell’attimo.

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Il tetris della nanna

Chi mi segue da tempo ormai dovrebbe aver chiaro che, prima della nascita dell’Inquilina, non solo non avevo la benché minima esperienza di neonati, ma non mi ero neanche documentata a dovere. O meglio, il corso preparto sì, lo avevo seguito e anche con una certa diligenza, che ammetto d’averci un filo la sindrome della prima della classe.

Mi erano erano stati omaggiati i due libri più in voga all’epoca, Il linguaggio segreto dei neonati dell’ormai cara Tracy e What you expect when you’re expecting, meno simile all’omonimo film (di cui consiglio la visione alle mamme in attesa, delizioso!) e più prossimo a un manuale della gravidanza, mese per mese. Ma ecco, non è che mi avessero preparato poi così bene al ciclone Inquilina.

Per fortuna era già tramontata la moda di Fate la nanna. Che Estivill non me ne voglia, ma i suoi metodi poco si sposano con la mamma che ignoravo sarei diventata.

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Regali di carta

Quando si diventa mamme è tutto un gioco di prime volte.
Il primo sguardo. Il primo dentino. Il primo raffreddore. La prima parola. I primi passi. E potrei andare avanti ore e ore per fino alla prima comunione 😀

Abbiamo smartphone che contengono oltre mille foto (il mio 1.237 per essere precisi). Per ogni nuovo scatto bisogna cancellarne uno vecchio. Ma siamo sicuri di riuscire a ricordare tutto ciò che c’è intorno a quelle immagini, se un giorno volessimo raccontarle ai nostri figli?

Nonostante sia una mamma decisamente 2.0, resto dell’idea che la carta conservi sempre intatto il suo valore. Adoro collezionare notes e diari d’ogni materiale, formato e rilegatura. Mi piace il profumo della carta, l’idea di fermare il tempo con l’inchiostro.

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Memorie di un piedino

Me la ricordo quella mattina lì, sono passati due anni ormai. Avevamo fatto i bagagli e via, partiti. Con le valigie cariche di rabbia e di speranza.

Ero seduta su una panchina e assaporavo quelle agognate ore di libertà del pisolino che di lì a poco mi sarebbero mancate, non sapevo quanto. Sarei rientrata a lavoro. Non erano questi i piani. Non dovevo essere lì. Non era il posto che avevo scelto per crescere mia figlia. Non c’erano le persone con cui avrei voluto condividere le mie giornate. Non era andata come volevo.

Dura da mandare giù, accettare un fallimento dopo aver pianificato tutto, per anni, nei minimi dettagli. Dopo aver investito tutto quello che era nelle nostre tasche. Decidere di tornare sui propri passi. Ingoiare il rospo per il quieto vivere e andarsene con una bugia. Che la verità, a volte, non è sopportabile.

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