Shoes are girl’s best friend

No, non è un errore. Lo so che Marilyn la pensava diversamente. Non che i diamanti mi facciano orrore, sia chiaro. Ovvio che son sempre i benvenuti. Ma le scarpe… suvvia, che cosa sono i milioni quando in cambio ti danno le scarpe? (Cit. La follia delle donne, Elio e le Storie Tese).

Sfido chi di voi non sia d’accordo a sostenere che, nelle scarpe, c’è qualcosa di profondamente affascinante a cui le donne non sanno resistere. E quando parlo di donne mi riferisco a tutte le età, proprio così.

Quante volte ad esempio trovate le vostre figlie trascinarsi da una stanza all’altra con scarpe di 10, ehm facciamo anche 15 nel mio caso, numeri più grandi del loro? La mia di figliola, ad esempio, ha di recente scoperto la scarpiera, e le si è aperto un mondo: ogni volta che con la manina tira giù l’anta del desiderio, le brillano gli occhi. Sceglie le scarpe per sé, sceglie le scarpe per me, sceglie un paio delle mie, le indossa e fa un giro soddisfatta in casa. Petto in dentro pancia in fuori, per pavoneggiarsi. Con una postura più simile a quella di Paperino che a quella di una modella, ma tant’è.

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Girotondo intorno al Raccordo

Immaginate che Roma sia il centro mondo. Immaginatela come un grande cercio. Sì, avete letto bene: ho scritto cercio e non è un errore di editing – colpa del sostenere un maggior numero di conversazioni con un essere al di sotto dei 100 cm d’altezza invece che con degli adulti.
Dunque, immaginate che questo cercio abbia un suo perimetro. Ecco a voi il Grande Raccordo Anulare. Dentro, la Grande Bellezza.

Vorrei che me lo avessero spiegato così il raccordo, da studente fuori sede, quando non c’erano gli smartphone e per i primi mesi (forse anche anni) si girava con in tasca la cartina geografica, che perdersi era un attimo.

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Storie di ordinaria complessità

Nowaytobeme è l’autobiografia irriverente di Sara, che dietro le mentite spoglie della working mum della panetteria di provincia a conduzione familiare, cela – ma neanche tanto velatamente – una vita complessa e sfaccettata, almeno quanto la sua personalità.

Un noto spot di una carta di credito vedeva la moglie di un uomo in carriera rispondere alla domanda “e lei di cosa si occupa?” traducendo il suo status di mamma in “Dirigo una piccola azienda familiare”. Ecco io Sara me la immagino proprio così, a capo della complicata gestione degli incastri di famiglia e delle esigenze personali, tra doveri e piaceri, lavoro figli parenti un blog la musica svariate passioni e molto altro ancora.

Senza troppi peli sulla lingua – di sicuro meno che sul corpo! direbbe lei – racconta di sogni e speranze di una ragazza dall’animo decisamente rock, presto diventata madre.

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Memorie di un piedino

Me la ricordo quella mattina lì, sono passati due anni ormai. Avevamo fatto i bagagli e via, partiti. Con le valigie cariche di rabbia e di speranza.

Ero seduta su una panchina e assaporavo quelle agognate ore di libertà del pisolino che di lì a poco mi sarebbero mancate, non sapevo quanto. Sarei rientrata a lavoro. Non erano questi i piani. Non dovevo essere lì. Non era il posto che avevo scelto per crescere mia figlia. Non c’erano le persone con cui avrei voluto condividere le mie giornate. Non era andata come volevo.

Dura da mandare giù, accettare un fallimento dopo aver pianificato tutto, per anni, nei minimi dettagli. Dopo aver investito tutto quello che era nelle nostre tasche. Decidere di tornare sui propri passi. Ingoiare il rospo per il quieto vivere e andarsene con una bugia. Che la verità, a volte, non è sopportabile.

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Non aprite quella porta

C’è che un giorno, per caso o per volere, diventi mamma. Nessuno ve l’ha detto che colui che hai messo al mondo per buoni mesi, ma diciamo anche anni, o forse una vita intera, dipenderà da te. O anche se vi è stato detto, non è che l’abbiate poi così presente.

Pensate a un neonato. Che altro non può che piangere per esprimere un suo bisogno. E pensate a tutte le volte che non viene capito al volo, per cui è costretto a piangere più forte. Ogni volta che ha fame, che ha sete, che ha sonno, che vuol cambiare posizione, che ha caldo, che ha freddo, o che vuole solo la mamma.

Poi pensate a un bambino. Che ha imparato a esprimere i propri bisogni. Mamma alsa! Mamma gnam! Mamma braccio! Mamma, mamma, mamma.

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