Quella mattina che mia figlia mi ha detto Ciao

C’è un pensiero che mi ha accompagnato in questi 31 mesi. Ci sono cose che una mamma non dovrebbe mai conoscere, come il dover uscire la mattina di nascosto di casa per andare a lavoro. Peggio ancora, chiudere la porta e sentire alle spalle tua figlia che piange. E non potersi voltare e tornare indietro.

Sì, lo so che la Maria (Montessori eh) dice che i bambini vanno sempre salutati. Io ci ho provato, ma non ha funzionato mica. Anzitutto perché la mia sveglia suonava ad un orario improponibile. Che avrei dovuto fare, svegliarla all’alba per salutarla? E poi perché ci sono regole che non valgono per tutti.

L’ho imparato a mie spese, ai tempi di Tracy (Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati, ndr) e quando ripetevo certe azioni illudendomi che mia figlia si sarebbe addormentata da sola e avrebbe dormito tutta la notte di fila. O che avrebbe poppato ogni tre ore. Andiamolo a raccontare a tutte quelle che come me hanno avuto e hanno neonati spalmati addosso h 24. E magari hanno anche pensato di stare sbagliando tutto.

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Il Tempo dei bambini

Il tempo dei bambini è un tempo diluito.
Mentre lei pranza, primo e secondo, la sottoscritta riesce a: preparare per se, pranzare, lavare i piatti, rigovernare la cucina, lavare i pavimenti di tutta casa, mettere su una lavatrice, tornare a sedersi per un ultimo boccone insieme.

Il tempo dei bambini è un tempo di abitudini.
Se ogni giorno la vostra sveglia suona alle sette, e lei di conseguenza si sveglia con voi perché una notte spalmata addosso non è mai abbastanza e allora è necessario stare insieme altri 5 minuti almeno – pazienza che lo scenario sia quello poco romantico a ridosso di un bidet – state pur certe che al sabato o alla domenica, quando potreste dormire beate, si sveglierà sempre alle sette. O semmai prima.

Il tempo dei bambini è un tempo che ricorda.
Conoscete il concetto di memoria selettiva? I bambini ricordano esattamente quello che vogliono ricordare. Che ovvio, corrisponde a quello che non dovrebbero. Se c’è un oggetto che le ho nascosto perché appuntito e non deve giocarci. Se c’è un pericolo nell’ambiente di casa. Se le ho detto che quella cosa proprio no, non si deve fare. State certi che non solo se ne ricorderà, ma al momento giusto (ovvero quando avrò abbassato le difese perché illusa che se ne sia dimenticata) lo rifarà.

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Abitudini pendolari

Se c’è una cosa che contraddistinguere l’essere pendolare è l’abitudine. Dopo quasi due anni di onorata occupazione di un posto AR sulla FL7, dal lunedì al venerdì, potrei raccontarvi tanto di ognuno.

Degli umori, del sonno, dei piccoli riti che accompagnano il viaggio, dal posto che si sceglie a come si trascorre il tempo. Dello stendere un telo sul sedile prima di occupare il posto. Delle cuffiette e gli occhiali scuri di chi vuole viaggiare indisturbato. Delle pagine lette, delle storie vissute, dello sguardo perso lungo l’orizzonte di un finestrino.

Il treno è il luogo ideale per leggere. La sera a letto si è troppo stanchi, almeno lo sono io che crollo non appena raggiungo la posizione orizzontale. E la pila sul comodino cresce in maniera inversamente proporzionale alle ore di sonno dormite. (Se vi state chiedendo cosa faccia la sottoscritta durante la notte, potete rinfrescarvi la memoria qui).

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Se un giorno mi avessero detto

Certe volte penso alla mia vita di ora, e mi chiedo francamente quanto ci avrei creduto. Se un giorno mi avessero detto che…

Avrei pulito trilioni di cacca di svariata entità, da quella del lattante (ma voi lo sapevate che quella dei primi mesi è liquida e gialla?!) a quella di un bambino svezzato (praticamente di un adulto). Io già glielo rinfaccio, quando lei viene in bagno nel momento del mio di bisogno e ottengo in risposta un bleah disgustato. Cosa credi amore, visto che ancora non ti pulisci da sola, a chi tocca secondo te di lavare e profumare il tuo sederino?

Avrei passato notti e notti insonni, una di fila all’altra, per giorni e anche settimane di seguito. E no, non parlo di notti brave a chiudere qualche locale. Parlo di quelle notti fatte di uno, due, tre, mille risvegli. Perché c’è un dente che spunta, perché fa male il pancino, perché il raffreddore non ti lascia respirare bene. O forse solo perché, i risvegli fino a tre anni, sono fisiologici. Non è ch’io voglia spaventare le mie amiche quando glielo racconto eh, lo faccio per dovere di cronaca, perché a me non lo aveva detto nessuno, ecco.

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Buona la prima

Quando una sola serata è sufficiente a capire che non ce n’è. Non c’è trippa per gatti. (Perché se sei recidiva e gli concedi pure una seconda chance, il problema – diciamolo – ce l’hai tu).

Di bocciati al primo incontro ne hai collezionati diversi negli anni di studentato universitario. L’amico di amici, quello che ti porta a mangiare la pizza al taglio e pretende di baciarti con la cicoria ripassata ancora tra i denti. Il fuorisede, lo studente che per un pranzo domenicale si offre di portarti fuori – da Spizzico, mej cosiddetti – e divide pure il conto a metà. L’astemio, che propone di trascorrere l’aperitivo in gelateria (anche no), e che dopo tre Coca-Cola lui e tre cubalibre tu, quasi quasi la serata inizia a diventare accettabile. Il troppo bello per essere vero, che ti sommerge di mazzi di fiori, tanti fiori, quasi troppi fiori, per poi rivelarsi gay.

Ma uno su tutti gli appuntamenti da incubo per questo #tanaliberatutte di MicaelaLeMCronache al profumo di San Valentino.

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